Le ragioni di Obama
Questa sera voglio parlare al popolo americano dell’impegno internazionale che abbiamo assunto in Libia, di ciò che abbiamo fatto, di ciò che intendiamo fare, spiegando perché è una cosa importante per tutti noi. Per generazioni, gli Stati Uniti d’America hanno avuto un ruolo essenziale come baluardo della sicurezza globale e difensore della libertà umana. Consci dei rischi e dei costi impliciti in ogni azione militare, siamo riluttanti a ricorrere alla forza per risolvere i numerosi problemi del mondo. Ma quando sono in gioco i nostri interessi e i nostri valori, abbiamo la responsabilità di agire. E’ ciò che è avvenuto in Libia. di Barak Obama
12 AGO 20

Pubblichiamo il discorso che il presidente americano ha tenuto il 28 marzo alla National Defense University sull’intervento militare in Libia.
Questa sera voglio parlare al popolo americano dell’impegno internazionale che abbiamo assunto in Libia, di ciò che abbiamo fatto, di ciò che intendiamo fare, spiegando perché è una cosa importante per tutti noi. Per generazioni, gli Stati Uniti d’America hanno avuto un ruolo essenziale come baluardo della sicurezza globale e difensore della libertà umana. Consci dei rischi e dei costi impliciti in ogni azione militare, siamo riluttanti a ricorrere alla forza per risolvere i numerosi problemi del mondo. Ma quando sono in gioco i nostri interessi e i nostri valori, abbiamo la responsabilità di agire. E’ ciò che è avvenuto in Libia.
Il territorio della Libia si estende tra la Tunisia e l’Egitto, due nazioni che hanno suscitato l’entusiasmo di tutto il mondo quando la loro popolazione è insorta per prendere in mano il proprio destino. Per più di quarant’anni il popolo libico è stato governato da un tiranno, Muammar Gheddafi, che lo ha privato di ogni libertà, ha sfruttato a suo esclusivo vantaggio le ricchezze del paese, ha assassinato i suoi oppositori in patria e all’estero, e ha terrorizzato persone innocenti in tutto il mondo, compresi molti americani, uccisi dagli agenti segreti libici. Il mese scorso, sembrava che Gheddafi stesse finalmente per allentare la sua morsa oppressiva e aprire le porte alle speranze di libertà. Nelle principali città del paese la gente è scesa in strada per reclamare i propri diritti umani. Come ha detto un cittadino libico: “Per la prima volta abbiamo la concreta speranza che questi quarant’anni da incubo stiano davvero per finire”.
Ma di fronte a quest’opposizione Gheddafi ha deciso di attaccare il proprio popolo. Come presidente, la mia prima preoccupazione è stata la salvaguardia dei nostri concittadini: abbiamo fatto evacuare la nostra ambasciata e tutti gli americani che hanno richiesto la nostra assistenza. Poi abbiamo preso una serie di provvedimenti immediati. Abbiamo fatto congelare più di 33 miliardi di dollari appartenenti al regime. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu abbiamo esteso le nostre sanzioni, imposto un embargo sulle armi e ribadito che Gheddafi e i suoi collaboratori sarebbero stati ritenuti responsabili dei loro crimini. Io stesso ho detto che Gheddafi aveva perso la fiducia del proprio popolo e la legittimazione del potere, e che avrebbe dovuto immediatamente dimettersi.
Nonostante la condanna del mondo, Gheddafi ha deciso di aumentare gli attacchi, lanciando una spietata campagna militare contro il suo popolo. Sono state uccise persone innocenti. Sono stati assaltati ospedali e ambulanze. I giornalisti sono stati arrestati, maltrattati e uccisi. Le riserve di cibo e carburante sono state sequestrate. A Misurata, centinaia di migliaia di persone non hanno più potuto rifornirsi d’acqua. Sono state bombardate città e villaggi, distrutte le moschee e rase al suolo le case. Jet ed elicotteri sono stati inviati contro persone che non avevano alcun mezzo per difendersi da attacchi aerei.
Di fronte a questa brutale repressione e al rischio di una crisi umanitaria, ho spedito nel Mediterraneo le nostre navi da guerra. Gli alleati europei si sono dichiarati pronti a impegnarsi per fermare il massacro. Insieme ai nostri alleati abbiamo chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di approvare una risoluzione per imporre una “no fly zone” sulla Libia e fermare gli attacchi aerei del regime. Dieci giorni fa, dopo aver cercato di porre fine alla violenza senza usare la forza, la comunità internazionale ha offerto a Gheddafi un’ultima possibilità per interrompere il massacro. Invece di fermarsi, le sue forze hanno continuato a procedere, convergendo sulla città di Bengasi, abitata da quasi settecentomila persone.
A questo punto, gli Stati Uniti e tutto il mondo hanno dovuto prendere una decisione. Gheddafi aveva proclamato che non avrebbe mostrato “alcuna pietà” verso il proprio popolo. Lo ha paragonato a un branco di topi e ha detto che sarebbe andato a stanarli uno a uno. Lo avevamo già visto in passato far impiccare la gente nelle strade e uccidere più di mille persone in un solo giorno. Le sue truppe erano ormai a ridosso di Bengasi. Sapevamo che se avessimo atteso un giorno di più, a Bengasi ci sarebbe stato un massacro spaventoso, con un’eco in tutta la regione, che avrebbe lasciato una macchia indelebile nella coscienza del mondo.
Non stava certo nel nostro interesse nazionale lasciare che ciò accadesse. Perciò, nove giorni fa, dopo essermi consultato con la leadership del Congresso, ho autorizzato un’azione militare per fermare il massacro e imporre la risoluzione 1.973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Abbiamo attaccato le forze del regime che si stavano avvicinando a Bengasi per salvare la città e la sua popolazione. Abbiamo colpito le truppe di Gheddafi nella vicina Ajdabiya, dando all’opposizione la possibilità di farle battere in ritirata. Abbiamo bombardato la sua contraerea per imporre la “no fly zone”. Abbiamo colpito i carri armati che stringevano d’assedio città e villaggi e abbiamo tagliato le loro vie di rifornimento. E questa sera posso dirvi che abbiamo fermato l’avanzata di Ghaddafi. In tutto ciò, gli Stati Uniti non hanno agito da soli, ma all’interno di una forte e sempre più ampia coalizione, della quale fanno parte i nostri più stretti alleati, come il Regno Unito, la Francia, il Canada, la Danimarca, la Norvegia, l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia, ma anche paesi arabi come il Qatar e gli Emirati arabi uniti.
Insomma: in appena un mese gli Stati Uniti, in collaborazione con i propri alleati, sono riusciti a mettere in piedi una vasta coalizione, a ottenere un mandato internazionale per garantire la protezione della popolazione civile, a fermare l’avanzata dell’esercito di Gheddafi, a impedire un massacro e a imporre la “no fly zone”. Per rendersi conto della rapidità di questa reazione diplomatica e militare basta pensare che quando, negli anni Novanta, la Bosnia era vittima di spaventose violenze, la comunità internazionale ci mise più di un anno prima di decidersi a intervenire.
Inoltre, siamo riusciti a ottenere questo risultato rispettando la promessa che io stesso avevo fatto agli americani all’inizio delle operazioni militari, vale a dire che il ruolo dell’America sarebbe stato limitato, che non avremmo impiegato truppe di terra e che avremmo condiviso le responsabilità con i nostri partner. Il nostro più importante sistema d’alleanza, la Nato, ha assunto il comando dell’embargo sulle armi, della “no fly zone” e della protezione della popolazione civile. Nei prossimi giorni il comando delle operazioni passerà ai nostri alleati, mentre gli Stati Uniti continueranno a offrire servizi di intelligence, sostegno logistico e strumenti per bloccare i sistemi comunicativi del regime di Gheddafi. Grazie a ciò, i rischi e i costi dell’operazione, per i nostri militari e per i contribuenti, saranno ridotti.
Oltre ai nostri impegni all’interno della Nato, continueremo a collaborare con la comunità internazionale per offrire assistenza al popolo libico, che ha bisogno di cibo e medicinali. Ci assicureremo che i 33 miliardi di dollari congelati al regime di Gheddafi siano utilizzati per la ricostruzione del paese. Dopo tutto, questo denaro non appartiene né a Gheddafi né a noi, ma al popolo libico e noi faremo sì che lo riceva. Domani (ieri per chi legge, ndr), il segretario di stato Hillary Clinton si recherà a Londra, dove si incontrerà con i rappresentanti dell’opposizione libica e con quelli di oltre trenta nazioni. Mentre la nostra missione militare si concentra sulla protezione delle vite umane, intendiamo realizzare l’obiettivo di una Libia affidata non ai capricci di un dittatore ma alla responsabilità del suo popolo.
Nonostante i successi ottenuti in quest’ultima settimana, so che alcuni americani continuano ad avere dubbi sul nostro impegno in Libia. (…) A Washington si è per molti aspetti frainteso il significato del nostro impegno in Libia. Da un lato, alcuni domandano perché l’America debba intervenire in questo lontano paese, sostenendo che ci sono molti altri paesi dove la popolazione civile subisce le brutali violenze del proprio governo e che l’America non deve essere per forza il poliziotto del mondo, specialmente nelle difficili congiunture in cui attualmente ci troviamo.
E’ vero che l’America non può usare la propria forza militare in tutti i paesi dove c’è un governo repressivo. E considerando i costi e i rischi di un intervento, dobbiamo sempre valutare i nostri interessi rispetto alle necessità di un’azione. Ma questo non è un valido motivo per non intervenire in nome della giustizia. In questo momento, in Libia, ci trovavamo di fronte alla possibilità di uno spaventoso massacro. E avevamo un’opportunità straordinaria per fermare la violenza: un mandato internazionale per intervenire, un’ampia coalizione pronta a unirsi a noi, il sostegno dei paesi arabi e la richiesta di aiuto dello stesso popolo libico. E avevamo anche la possibilità di fermare le forze di Ghaddafi senza bisogno di utilizzare truppe di terra. Non assumersi le nostre responsabilità di leader mondiale e, soprattutto, le nostre responsabilità nei confronti degli esseri umani sarebbe un tradimento della nostra stessa identità. Alcune nazioni possono chiudere gli occhi di fronte alle atrocità commesse in altri paesi. Ma gli Stati Uniti sono diversi. Come presidente, mi rifiuto di aspettare di vedere immagini di massacri e fosse comuni prima di decidere di intervenire. Per di più, impedire che Gheddafi sconfigga i suoi oppositori risponde all’interesse strategico dell’America. Un massacro avrebbe portato alla fuga dalla Libia di altre migliaia di profughi, creando enormi pressioni sui pacifici, ma ancora molto fragili, processi di transizione in Egitto e Tunisia. Le spinte democratiche che si stanno producendo in tutta la regione sarebbero offuscate e neutralizzate dalle più ignobile forme di dittatura, visto che i leader repressivi ne trarrebbero la conclusione che la violenza è il modo migliore per conservare il potere. Le ingiunzioni del Consiglio di sicurezza non sarebbero altro che vuote parole, minando alle fondamenta la sua credibilità di difensore della pace e della sicurezza globali. Perciò, sebbene non intenda in alcun modo minimizzare i costi che comporta un’azione militare, sono convinto che se non fossimo intervenuti in Libia i costi per l’America sarebbero stati ancora più alti. Alcuni ritengono invece che non dovremmo limitare il nostro intervento in Libia alla sola protezione del popolo libico, ma fare tutto quanto necessario per rovesciare Gheddafi e insediare un nuovo governo. Non c’è dubbio, naturalmente, che la Libia, e il mondo intero, sarebbero un luogo migliore senza Gheddafi. Condivido questo obiettivo e mi adopererò per realizzarlo attraverso strumenti non militari. Ma estendere la nostra missione fino a includere il piano di un cambio di regime sarebbe un errore.
Il compito che ho affidato alle nostre forze – proteggere il popolo libico dalle attuali minacce e imporre la “no fly zone” – è stato convalidato da un mandato dell’Onu e gode dell’appoggio della comunità internazionale. Ed è anche ciò che l’opposizione libica ci ha chiesto. Se cercassimo di rovesciare Gheddafi con la forza, la nostra coalizione si spaccherebbe. Saremmo probabilmente costretti a utilizzare truppe di terra e a rischiare di uccidere molti civili negli attacchi aerei. I nostri militari sarebbero esposti a rischi molto maggiori. E anche i costi aumenterebbero in modo esponenziale, così come le responsabilità che dovremmo assumerci nel dopo Gheddafi.
Come tutti sappiamo, abbiamo scelto questa strada in Iraq. Grazie all’impegno profuso dalle nostre truppe e alla determinazione dei nostri diplomatici, nutriamo grandi speranze per il futuro dell’Iraq. Ma per realizzare il cambio di regime ci sono voluti otto anni, il sacrificio di molti americani e iracheni, e quasi tremila miliardi di dollari. E non possiamo permetterci di rifare la stessa cosa in Libia.
Mano a mano che il nostro impegno militare si riduce, ciò che possiamo fare, e che faremo, è sostenere le aspirazioni del popolo libico. Siamo intervenuti per fermare un massacro, e collaboreremo con i nostri alleati per garantire la protezione della popolazione civile. Impediremo al regime di procurarsi armi, taglieremo le sue riserve di denaro, aiuteremo l’opposizione e collaboreremo con le altre nazioni per affrettare il giorno in cui Gheddafi lascerà il potere. Questo forse non avverrà subito, ma deve risultare chiaro a tutti coloro che gli stanno attorno, come anche a tutto il popolo libico, che la storia non sta dalla sua parte. Grazie all’aiuto che gli abbiamo dato, il popolo libico riuscirà a prendere in mano il proprio destino, com’è giusto che sia. Vorrei terminare il mio discorso con qualche parola su ciò che questo intervento rivela riguardo all’uso della potenza militare americana, sulla nostra leadership e sulla mia presidenza. Come comandante in capo, la mia principale responsabilità è garantire la sicurezza del nostro paese. Ho sempre detto con estrema chiarezza che non esiterò mai a usare le nostre forze militari con rapidità e decisione, e anche unilateralmente, se necessario per difendere il nostro popolo, la nostra patria, i nostri alleati e i nostri interessi più essenziali. E’ per questo che continuiamo a dare la caccia ad al Qaida ovunque cerchi di mettere piede. E’ per questo che continuiamo a combattere in Afghanistan, mentre abbiamo posto fine alla nostra missione di combattimento in Iraq facendo rientrare in patria più di centomila soldati.
Ci saranno tuttavia occasioni in cui, seppure la nostra sicurezza non sarà direttamente minacciata, lo saranno i nostri interessi e i nostri valori. Talvolta il corso della storia ci mette di fronte a sfide che minacciano la nostra comune umanità e la nostra sicurezza comune: mi riferisco, per esempio, a disastri naturali, o alla necessità di impedire genocidi e mantenere la pace, di assicurare la sicurezza regionale e mantenere il flusso del commercio. Questi possono essere problemi non soltanto americani, ma per noi sono comunque importanti e richiedono una pronta soluzione. E in tali circostanze sappiamo perfettamente che gli Stati Uniti, in quanto nazione più potente del mondo, saranno chiamati a dare il proprio aiuto. In tutti questi casi non dovremo avere timore di intervenire – ma l’onere dell’azione non dovrà ricadere soltanto sugli Stati Uniti. Come in Libia, il nostro compito sarà quello di mobilitare la comunità internazionale in vista di un’azione comune. Un’autentica leadership deve sapere creare le condizioni per dare vita a coalizioni e usufruire del contributo di altri paesi. E’ quello che abbiamo fatto in Libia. Gli Stati Uniti non avranno la possibilità di dettare i ritmi e la portata del cambiamento. Possono farlo soltanto gli stessi popoli che ne saranno i protagonisti. Ma noi possiamo fare la differenza. Credo che questa spinta per il cambiamento non potrà essere neutralizzata e sono convinto che noi dovremo schierarci con coloro che condividono gli stessi principi che ci hanno guidato attraverso innumerevoli difficoltà e vicende: l’opposizione a ogni forma di violenza rivolta verso i propri cittadini e il sostegno ai governi che intendono realizzare le aspirazioni della popolazione.
Poiché noi stessi siamo i figli di una rivoluzione compiuta da uomini che desideravano essere liberi, accogliamo con grande favore il fatto che in medio oriente e in nord Africa la storia si sia rimessa in moto, e che a essere protagonisti di questo movimento siano i giovani. Tutti coloro che desiderano essere liberi sanno di trovare un amico negli Stati Uniti. In definitiva, sono proprio questi valori a definire l’essenza della leadership americana.
Miei cari concittadini, so che in un momento di grandi rivolgimenti oltreoceano viene la tentazione di voltare il viso dall’altra parte. E, come ho detto prima, la nostra forza all’estero si fonda sulla nostra forza in patria. Questa sarà sempre la nostra stella polare: la capacità del nostro popolo di prendere le decisioni più giuste sulla base dei nostri mezzi, di aumentare quel benessere che è la fonte stessa della nostra potenza e di vivere secondo i valori che ci sono più cari. Ma dobbiamo anche ricordarci che per parecchie generazioni ci siamo assunti l’oneroso compito di proteggere non soltanto il nostro popolo ma anche milioni di altre persone in tutto il mondo. Lo abbiamo fatto perché sappiamo che il nostro futuro sarà più roseo se tutta l’umanità potrà vivere sotto la luce della libertà e della dignità umana. Dobbiamo guardare al futuro con fiducia e speranza non soltanto per il nostro paese, ma anche per tutti quelli che stanno lottando per ottenere la propria libertà. Grazie, che Dio vi benedica e che benedica anche l’America.
di Barak Obama, presidente degli Stati Uniti d'America
(traduzione di Aldo Piccato)
Questa sera voglio parlare al popolo americano dell’impegno internazionale che abbiamo assunto in Libia, di ciò che abbiamo fatto, di ciò che intendiamo fare, spiegando perché è una cosa importante per tutti noi. Per generazioni, gli Stati Uniti d’America hanno avuto un ruolo essenziale come baluardo della sicurezza globale e difensore della libertà umana. Consci dei rischi e dei costi impliciti in ogni azione militare, siamo riluttanti a ricorrere alla forza per risolvere i numerosi problemi del mondo. Ma quando sono in gioco i nostri interessi e i nostri valori, abbiamo la responsabilità di agire. E’ ciò che è avvenuto in Libia.
Il territorio della Libia si estende tra la Tunisia e l’Egitto, due nazioni che hanno suscitato l’entusiasmo di tutto il mondo quando la loro popolazione è insorta per prendere in mano il proprio destino. Per più di quarant’anni il popolo libico è stato governato da un tiranno, Muammar Gheddafi, che lo ha privato di ogni libertà, ha sfruttato a suo esclusivo vantaggio le ricchezze del paese, ha assassinato i suoi oppositori in patria e all’estero, e ha terrorizzato persone innocenti in tutto il mondo, compresi molti americani, uccisi dagli agenti segreti libici. Il mese scorso, sembrava che Gheddafi stesse finalmente per allentare la sua morsa oppressiva e aprire le porte alle speranze di libertà. Nelle principali città del paese la gente è scesa in strada per reclamare i propri diritti umani. Come ha detto un cittadino libico: “Per la prima volta abbiamo la concreta speranza che questi quarant’anni da incubo stiano davvero per finire”.
Ma di fronte a quest’opposizione Gheddafi ha deciso di attaccare il proprio popolo. Come presidente, la mia prima preoccupazione è stata la salvaguardia dei nostri concittadini: abbiamo fatto evacuare la nostra ambasciata e tutti gli americani che hanno richiesto la nostra assistenza. Poi abbiamo preso una serie di provvedimenti immediati. Abbiamo fatto congelare più di 33 miliardi di dollari appartenenti al regime. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu abbiamo esteso le nostre sanzioni, imposto un embargo sulle armi e ribadito che Gheddafi e i suoi collaboratori sarebbero stati ritenuti responsabili dei loro crimini. Io stesso ho detto che Gheddafi aveva perso la fiducia del proprio popolo e la legittimazione del potere, e che avrebbe dovuto immediatamente dimettersi.
Nonostante la condanna del mondo, Gheddafi ha deciso di aumentare gli attacchi, lanciando una spietata campagna militare contro il suo popolo. Sono state uccise persone innocenti. Sono stati assaltati ospedali e ambulanze. I giornalisti sono stati arrestati, maltrattati e uccisi. Le riserve di cibo e carburante sono state sequestrate. A Misurata, centinaia di migliaia di persone non hanno più potuto rifornirsi d’acqua. Sono state bombardate città e villaggi, distrutte le moschee e rase al suolo le case. Jet ed elicotteri sono stati inviati contro persone che non avevano alcun mezzo per difendersi da attacchi aerei.
Di fronte a questa brutale repressione e al rischio di una crisi umanitaria, ho spedito nel Mediterraneo le nostre navi da guerra. Gli alleati europei si sono dichiarati pronti a impegnarsi per fermare il massacro. Insieme ai nostri alleati abbiamo chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di approvare una risoluzione per imporre una “no fly zone” sulla Libia e fermare gli attacchi aerei del regime. Dieci giorni fa, dopo aver cercato di porre fine alla violenza senza usare la forza, la comunità internazionale ha offerto a Gheddafi un’ultima possibilità per interrompere il massacro. Invece di fermarsi, le sue forze hanno continuato a procedere, convergendo sulla città di Bengasi, abitata da quasi settecentomila persone.
A questo punto, gli Stati Uniti e tutto il mondo hanno dovuto prendere una decisione. Gheddafi aveva proclamato che non avrebbe mostrato “alcuna pietà” verso il proprio popolo. Lo ha paragonato a un branco di topi e ha detto che sarebbe andato a stanarli uno a uno. Lo avevamo già visto in passato far impiccare la gente nelle strade e uccidere più di mille persone in un solo giorno. Le sue truppe erano ormai a ridosso di Bengasi. Sapevamo che se avessimo atteso un giorno di più, a Bengasi ci sarebbe stato un massacro spaventoso, con un’eco in tutta la regione, che avrebbe lasciato una macchia indelebile nella coscienza del mondo.
Non stava certo nel nostro interesse nazionale lasciare che ciò accadesse. Perciò, nove giorni fa, dopo essermi consultato con la leadership del Congresso, ho autorizzato un’azione militare per fermare il massacro e imporre la risoluzione 1.973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Abbiamo attaccato le forze del regime che si stavano avvicinando a Bengasi per salvare la città e la sua popolazione. Abbiamo colpito le truppe di Gheddafi nella vicina Ajdabiya, dando all’opposizione la possibilità di farle battere in ritirata. Abbiamo bombardato la sua contraerea per imporre la “no fly zone”. Abbiamo colpito i carri armati che stringevano d’assedio città e villaggi e abbiamo tagliato le loro vie di rifornimento. E questa sera posso dirvi che abbiamo fermato l’avanzata di Ghaddafi. In tutto ciò, gli Stati Uniti non hanno agito da soli, ma all’interno di una forte e sempre più ampia coalizione, della quale fanno parte i nostri più stretti alleati, come il Regno Unito, la Francia, il Canada, la Danimarca, la Norvegia, l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia, ma anche paesi arabi come il Qatar e gli Emirati arabi uniti.
Insomma: in appena un mese gli Stati Uniti, in collaborazione con i propri alleati, sono riusciti a mettere in piedi una vasta coalizione, a ottenere un mandato internazionale per garantire la protezione della popolazione civile, a fermare l’avanzata dell’esercito di Gheddafi, a impedire un massacro e a imporre la “no fly zone”. Per rendersi conto della rapidità di questa reazione diplomatica e militare basta pensare che quando, negli anni Novanta, la Bosnia era vittima di spaventose violenze, la comunità internazionale ci mise più di un anno prima di decidersi a intervenire.
Inoltre, siamo riusciti a ottenere questo risultato rispettando la promessa che io stesso avevo fatto agli americani all’inizio delle operazioni militari, vale a dire che il ruolo dell’America sarebbe stato limitato, che non avremmo impiegato truppe di terra e che avremmo condiviso le responsabilità con i nostri partner. Il nostro più importante sistema d’alleanza, la Nato, ha assunto il comando dell’embargo sulle armi, della “no fly zone” e della protezione della popolazione civile. Nei prossimi giorni il comando delle operazioni passerà ai nostri alleati, mentre gli Stati Uniti continueranno a offrire servizi di intelligence, sostegno logistico e strumenti per bloccare i sistemi comunicativi del regime di Gheddafi. Grazie a ciò, i rischi e i costi dell’operazione, per i nostri militari e per i contribuenti, saranno ridotti.
Oltre ai nostri impegni all’interno della Nato, continueremo a collaborare con la comunità internazionale per offrire assistenza al popolo libico, che ha bisogno di cibo e medicinali. Ci assicureremo che i 33 miliardi di dollari congelati al regime di Gheddafi siano utilizzati per la ricostruzione del paese. Dopo tutto, questo denaro non appartiene né a Gheddafi né a noi, ma al popolo libico e noi faremo sì che lo riceva. Domani (ieri per chi legge, ndr), il segretario di stato Hillary Clinton si recherà a Londra, dove si incontrerà con i rappresentanti dell’opposizione libica e con quelli di oltre trenta nazioni. Mentre la nostra missione militare si concentra sulla protezione delle vite umane, intendiamo realizzare l’obiettivo di una Libia affidata non ai capricci di un dittatore ma alla responsabilità del suo popolo.
Nonostante i successi ottenuti in quest’ultima settimana, so che alcuni americani continuano ad avere dubbi sul nostro impegno in Libia. (…) A Washington si è per molti aspetti frainteso il significato del nostro impegno in Libia. Da un lato, alcuni domandano perché l’America debba intervenire in questo lontano paese, sostenendo che ci sono molti altri paesi dove la popolazione civile subisce le brutali violenze del proprio governo e che l’America non deve essere per forza il poliziotto del mondo, specialmente nelle difficili congiunture in cui attualmente ci troviamo.
E’ vero che l’America non può usare la propria forza militare in tutti i paesi dove c’è un governo repressivo. E considerando i costi e i rischi di un intervento, dobbiamo sempre valutare i nostri interessi rispetto alle necessità di un’azione. Ma questo non è un valido motivo per non intervenire in nome della giustizia. In questo momento, in Libia, ci trovavamo di fronte alla possibilità di uno spaventoso massacro. E avevamo un’opportunità straordinaria per fermare la violenza: un mandato internazionale per intervenire, un’ampia coalizione pronta a unirsi a noi, il sostegno dei paesi arabi e la richiesta di aiuto dello stesso popolo libico. E avevamo anche la possibilità di fermare le forze di Ghaddafi senza bisogno di utilizzare truppe di terra. Non assumersi le nostre responsabilità di leader mondiale e, soprattutto, le nostre responsabilità nei confronti degli esseri umani sarebbe un tradimento della nostra stessa identità. Alcune nazioni possono chiudere gli occhi di fronte alle atrocità commesse in altri paesi. Ma gli Stati Uniti sono diversi. Come presidente, mi rifiuto di aspettare di vedere immagini di massacri e fosse comuni prima di decidere di intervenire. Per di più, impedire che Gheddafi sconfigga i suoi oppositori risponde all’interesse strategico dell’America. Un massacro avrebbe portato alla fuga dalla Libia di altre migliaia di profughi, creando enormi pressioni sui pacifici, ma ancora molto fragili, processi di transizione in Egitto e Tunisia. Le spinte democratiche che si stanno producendo in tutta la regione sarebbero offuscate e neutralizzate dalle più ignobile forme di dittatura, visto che i leader repressivi ne trarrebbero la conclusione che la violenza è il modo migliore per conservare il potere. Le ingiunzioni del Consiglio di sicurezza non sarebbero altro che vuote parole, minando alle fondamenta la sua credibilità di difensore della pace e della sicurezza globali. Perciò, sebbene non intenda in alcun modo minimizzare i costi che comporta un’azione militare, sono convinto che se non fossimo intervenuti in Libia i costi per l’America sarebbero stati ancora più alti. Alcuni ritengono invece che non dovremmo limitare il nostro intervento in Libia alla sola protezione del popolo libico, ma fare tutto quanto necessario per rovesciare Gheddafi e insediare un nuovo governo. Non c’è dubbio, naturalmente, che la Libia, e il mondo intero, sarebbero un luogo migliore senza Gheddafi. Condivido questo obiettivo e mi adopererò per realizzarlo attraverso strumenti non militari. Ma estendere la nostra missione fino a includere il piano di un cambio di regime sarebbe un errore.
Il compito che ho affidato alle nostre forze – proteggere il popolo libico dalle attuali minacce e imporre la “no fly zone” – è stato convalidato da un mandato dell’Onu e gode dell’appoggio della comunità internazionale. Ed è anche ciò che l’opposizione libica ci ha chiesto. Se cercassimo di rovesciare Gheddafi con la forza, la nostra coalizione si spaccherebbe. Saremmo probabilmente costretti a utilizzare truppe di terra e a rischiare di uccidere molti civili negli attacchi aerei. I nostri militari sarebbero esposti a rischi molto maggiori. E anche i costi aumenterebbero in modo esponenziale, così come le responsabilità che dovremmo assumerci nel dopo Gheddafi.
Come tutti sappiamo, abbiamo scelto questa strada in Iraq. Grazie all’impegno profuso dalle nostre truppe e alla determinazione dei nostri diplomatici, nutriamo grandi speranze per il futuro dell’Iraq. Ma per realizzare il cambio di regime ci sono voluti otto anni, il sacrificio di molti americani e iracheni, e quasi tremila miliardi di dollari. E non possiamo permetterci di rifare la stessa cosa in Libia.
Mano a mano che il nostro impegno militare si riduce, ciò che possiamo fare, e che faremo, è sostenere le aspirazioni del popolo libico. Siamo intervenuti per fermare un massacro, e collaboreremo con i nostri alleati per garantire la protezione della popolazione civile. Impediremo al regime di procurarsi armi, taglieremo le sue riserve di denaro, aiuteremo l’opposizione e collaboreremo con le altre nazioni per affrettare il giorno in cui Gheddafi lascerà il potere. Questo forse non avverrà subito, ma deve risultare chiaro a tutti coloro che gli stanno attorno, come anche a tutto il popolo libico, che la storia non sta dalla sua parte. Grazie all’aiuto che gli abbiamo dato, il popolo libico riuscirà a prendere in mano il proprio destino, com’è giusto che sia. Vorrei terminare il mio discorso con qualche parola su ciò che questo intervento rivela riguardo all’uso della potenza militare americana, sulla nostra leadership e sulla mia presidenza. Come comandante in capo, la mia principale responsabilità è garantire la sicurezza del nostro paese. Ho sempre detto con estrema chiarezza che non esiterò mai a usare le nostre forze militari con rapidità e decisione, e anche unilateralmente, se necessario per difendere il nostro popolo, la nostra patria, i nostri alleati e i nostri interessi più essenziali. E’ per questo che continuiamo a dare la caccia ad al Qaida ovunque cerchi di mettere piede. E’ per questo che continuiamo a combattere in Afghanistan, mentre abbiamo posto fine alla nostra missione di combattimento in Iraq facendo rientrare in patria più di centomila soldati.
Ci saranno tuttavia occasioni in cui, seppure la nostra sicurezza non sarà direttamente minacciata, lo saranno i nostri interessi e i nostri valori. Talvolta il corso della storia ci mette di fronte a sfide che minacciano la nostra comune umanità e la nostra sicurezza comune: mi riferisco, per esempio, a disastri naturali, o alla necessità di impedire genocidi e mantenere la pace, di assicurare la sicurezza regionale e mantenere il flusso del commercio. Questi possono essere problemi non soltanto americani, ma per noi sono comunque importanti e richiedono una pronta soluzione. E in tali circostanze sappiamo perfettamente che gli Stati Uniti, in quanto nazione più potente del mondo, saranno chiamati a dare il proprio aiuto. In tutti questi casi non dovremo avere timore di intervenire – ma l’onere dell’azione non dovrà ricadere soltanto sugli Stati Uniti. Come in Libia, il nostro compito sarà quello di mobilitare la comunità internazionale in vista di un’azione comune. Un’autentica leadership deve sapere creare le condizioni per dare vita a coalizioni e usufruire del contributo di altri paesi. E’ quello che abbiamo fatto in Libia. Gli Stati Uniti non avranno la possibilità di dettare i ritmi e la portata del cambiamento. Possono farlo soltanto gli stessi popoli che ne saranno i protagonisti. Ma noi possiamo fare la differenza. Credo che questa spinta per il cambiamento non potrà essere neutralizzata e sono convinto che noi dovremo schierarci con coloro che condividono gli stessi principi che ci hanno guidato attraverso innumerevoli difficoltà e vicende: l’opposizione a ogni forma di violenza rivolta verso i propri cittadini e il sostegno ai governi che intendono realizzare le aspirazioni della popolazione.
Poiché noi stessi siamo i figli di una rivoluzione compiuta da uomini che desideravano essere liberi, accogliamo con grande favore il fatto che in medio oriente e in nord Africa la storia si sia rimessa in moto, e che a essere protagonisti di questo movimento siano i giovani. Tutti coloro che desiderano essere liberi sanno di trovare un amico negli Stati Uniti. In definitiva, sono proprio questi valori a definire l’essenza della leadership americana.
Miei cari concittadini, so che in un momento di grandi rivolgimenti oltreoceano viene la tentazione di voltare il viso dall’altra parte. E, come ho detto prima, la nostra forza all’estero si fonda sulla nostra forza in patria. Questa sarà sempre la nostra stella polare: la capacità del nostro popolo di prendere le decisioni più giuste sulla base dei nostri mezzi, di aumentare quel benessere che è la fonte stessa della nostra potenza e di vivere secondo i valori che ci sono più cari. Ma dobbiamo anche ricordarci che per parecchie generazioni ci siamo assunti l’oneroso compito di proteggere non soltanto il nostro popolo ma anche milioni di altre persone in tutto il mondo. Lo abbiamo fatto perché sappiamo che il nostro futuro sarà più roseo se tutta l’umanità potrà vivere sotto la luce della libertà e della dignità umana. Dobbiamo guardare al futuro con fiducia e speranza non soltanto per il nostro paese, ma anche per tutti quelli che stanno lottando per ottenere la propria libertà. Grazie, che Dio vi benedica e che benedica anche l’America.
di Barak Obama, presidente degli Stati Uniti d'America
(traduzione di Aldo Piccato)